La telemedicina come facilitatore di cure nelle geografie complesse: il caso dell’Isola d’Elba

«L’Elba è come una catena montuosa in mezzo al mare: oltre alla difficoltà di accesso legata all’insularità, c’è un’accessibilità interna complicata. E per andare da un estremo all’altro dell’isola possono volerci anche più di due ore». E per una visita specialistica, fino a ieri, poteva servire una traversata verso il “continente” – l’Italia – come viene comunemente chiamata dagli isolani. A fare questa descrizione dell’Isola d’Elba è Guido Vagheggini, direttore della Medicina interna dell’ospedale di Portoferraio, che ha curato il progetto di telemedicina che sta cambiando il destino sanitario di molti pazienti elbani: una rete di ambulatori di prossimità che collega le Case della Comunità all’ospedale di Portoferraio e agli specialisti, anche fuori dall’isola. È uno dei casi più avanzati di telemedicina in Italia: non più la soluzione d’emergenza dei tempi del Covid, ma un servizio strutturale, spinto dal PNRR, che fa della telemedicina un facilitatore di comunicazione tra medico e paziente e uno strumento di equità per i territori fragili. 

Telemedicina: da soluzione d’emergenza a servizio strutturale

Con il PNRR la telemedicina è uscita dalla logica frammentaria post-Covid ed è diventata un investimento strutturale. “Il decreto approvato in Conferenza Stato-Regioni a fine 2025 ha reso la Piattaforma nazionale di telemedicina un servizio stabile e interoperabile con il Fascicolo sanitario elettronico. La cornice è il DM 77/2022, la riforma dell’assistenza territoriale che fa dell’equità di accesso alle cure un obiettivo esplicito. Un obiettivo che si misura soprattutto nei territori fragili: le aree interne italiane ospitano circa 13,5 milioni di persone, il 23% della popolazione, e in diverse regioni una quota di residenti, fino al 20%, impiega oltre mezz’ora per raggiungere un ospedale. Per un paziente cronico e anziano è pendolarismo sanitario: giornate perse, costi di trasporto, familiari da coinvolgere, visite rimandate.

Ambiti di applicazione e vantaggi

Il principio ordinatore è la centralità del paziente e la continuità di cura: il territorio con le Case della Comunità – e in prospettiva il domicilio – diventa un’estensione del percorso clinico. I vantaggi sono documentati: riduzione degli spostamenti, tempi più rapidi per arrivare alla valutazione specialistica e al referto, maggiore aderenza terapeutica, monitoraggio costante delle cronicità, collaborazione multidisciplinare tra specialista, medico di famiglia e infermiere. Le evidenze sono più solide proprio sulle grandi patologie croniche: nello scompenso cardiaco revisioni sistematiche recenti indicano che il telemonitoraggio strutturato di parametri semplici (peso, frequenza cardiaca, saturazione) può ridurre le riospedalizzazioni; nella BPCO una umbrella review sul Journal of Medical Internet Research associa il telemonitoraggio a una riduzione di riacutizzazioni e ricoveri, anche se altre meta-analisi mostrano benefici più netti sugli accessi in pronto soccorso che sulle ospedalizzazioni. Il messaggio della letteratura è comunque univoco: la telemedicina funziona quando è integrata in percorsi clinici definiti e rivolta a pazienti selezionati. Restano i limiti, a partire dal divario digitale – in Italia solo il 19,3% delle persone tra 65 e 74 anni ha competenze digitali almeno di base – e dalla sfida della gerotecnologia. Il modello elbano, come vedremo, risponde con una scelta precisa: il paziente non è mai solo davanti a uno schermo.

Come funzionano televisita e telemonitoraggio

Nella televisita il paziente si reca in un ambulatorio di prossimità, tipicamente in una Casa della Comunità, dove lo accoglie un infermiere di famiglia e di comunità (IFeC); lo specialista è collegato da remoto. L’infermiere esegue in tempo reale gli esami – elettrocardiogramma, valutazione della funzione respiratoria, auscultazione elettronica dei suoni cardiaci e polmonari – e i tracciati vengono caricati su piattaforme cliniche integrate, consultabili dal medico durante la visita stessa, che può produrre immediatamente il referto firmato digitalmente e collegato al Fascicolo sanitario elettronico.

Il telemonitoraggio – che come servizio strutturale sulle piattaforme regionali di telemedicina del PNRR non è ancora operativo; le regioni sono in fase di attivazione e la fornitura nazionale dei dispositivi è in corso – seguirà  una logica complementare: al paziente cronico viene assegnato un kit domiciliare con dispositivi certificati che rilevano i parametri vitali (peso, frequenza cardiaca, saturazione) e li trasmettono automaticamente a una piattaforma centrale, dove il team di cura interviene quando i dati segnalano un peggioramento, prima che diventi una riacutizzazione da pronto soccorso. 

Il follow-up smetterà di essere una serie di fotografie occasionali e diventerà un film continuo.

Il caso Isola d’Elba: un laboratorio di prossimità

All’Elba questo modello è già pratica corrente. Una rete di ambulatori nelle Case della Comunità di Marciana Marina, Rio Marina e Capoliveri è collegata all’ospedale di Portoferraio, con 3 internisti, 17 medici di medicina generale e 13 infermieri di famiglia e di comunità coinvolti. 

La fase sperimentale [1], durante la quale è stato elaborato il modello, è stata condotta a partire dal 2024 nell’ambito del progetto PNRR– Ecosistemi dell’Innovazione, THE – Tuscany Health Ecosystem, Spoke 10 – Population Health, linea P5 “CHRONIC CARE TELEMEDICINE”: supporting telemedicine for improving chronic care patients, in collaborazione con Scuola Superiore Sant’Anna e Fondazione Toscana Gabriele Monasterio e si è chiusa a fine 2025. Da maggio 2026 il servizio è attivo a regime nell’Azienda USL Toscana nord ovest. Il perimetro attuale è quello di televisite e teleconsulti; telemonitoraggio e telecontrollo sono il secondo step, di prossima attivazione.

«L’Elba rappresenta il contesto adatto per comprendere il valore della telemedicina: un laboratorio di innovazione, non per fare sperimentazione ma per realizzare progetti concreti» spiega Alessandro Iala responsabile della Transizione al Digitale per l'Azienda USL Toscana nord ovest. «Il problema non è soltanto sanitario, ma geografico e organizzativo: molti cittadini sono anziani e cronici, e accedere a una visita specialistica significa spostarsi, spesso fino al continente, con tempi di attesa e costi rilevanti, soprattutto quando serve l’elisoccorso. Abbiamo pensato alla telemedicina non come semplice tecnologia, ma come strumento di riorganizzazione dell’assistenza».

La parte più difficile non è stata comprare i dispositivi, ma costruire il consenso. «Uno degli elementi su cui sapevamo di dover investire tempo, risorse e pazienza era il coinvolgimento di medici, infermieri e specialisti fin dall’inizio». La collaborazione tra Asl e professionisti è stata la chiave del successo dell’iniziativa. I medici di famiglia hanno individuato loro stessi i pazienti che potevano beneficiare del servizio, diventando corresponsabili della presa in carico; gli infermieri di comunità hanno assunto il ruolo di facilitatori di prossimità; gli specialisti, collegati da remoto, refertano immediatamente, con firma digitale, conservazione a norma e collegamento al Fascicolo sanitario elettronico regionale e al dossier aziendale – un dettaglio tutt’altro che secondario, perché evita che il dato delle televisite resti confinato nella singola ASL.

Community House Marciana Marina

Guido Vagheggini, direttore della Medicina interna dell’ospedale di Portoferraio e responsabile della presa in carico dell’insufficienza respiratoria, descrive il funzionamento concreto, a partire dalla selezione dei pazienti: «Ci siamo basati sui dati ISTAT, sulle diagnosi di ricovero del periodo 2022-2024, sulle prescrizioni della farmacia ospedaliera e sui database dei medici di medicina generale». Il risultato è una mappa, per ogni medico di famiglia, dei pazienti con scompenso cardiaco e BPCO da seguire più da vicino – le due patologie scelte perché più frequenti sull’isola e più bisognose di follow-up. 

Il percorso è gestito con una doppia agenda sincronizzata: nella stessa mattina il paziente esegue gli esami con l’infermiere nella Casa della Comunità e subito dopo incontra lo specialista in televisita, che può trovarsi a Portoferraio o in una struttura di terzo livello sulla terraferma. L’infermiere somministra anche questionari su qualità di vita, sintomi, impatto della malattia e aderenza terapeutica: dati che entrano nella valutazione complessiva della presa in carico.

I follow-up sono individualizzati – dalle visite ogni 2-3 mesi per i pazienti meno stabili a controlli più diradati – e la priorità va ai pazienti più a rischio, quelli dimessi dopo un ricovero per scompenso o riacutizzazione di BPCO, rivalutati entro uno-due mesi. Alcuni di loro, durante la fase progettuale, sono stati inseriti in programmi di automonitoraggio di frequenza cardiaca, saturazione e peso corporeo: un’anticipazione di quello che diventerà il telemonitoraggio a regime. 

E i pazienti? «Hanno accolto molto bene questa modalità: non devono spostarsi, e l’infermiere che li assiste è lo stesso a cui si rivolgono ogni giorno per le ricette o i prelievi. Percepiscono continuità, la sensazione che il team di cura sia dedicato a loro», osserva Vagheggini. È una prossimità che una televisita fatta da soli a casa non garantirebbe – e la risposta più concreta al divario digitale di cui sopra.

Patient televisit at a local community health center

La criticità principale è il tempo degli infermieri, che devono conciliare la telemedicina con medicazioni, prelievi e accessi domiciliari: un promemoria del fatto che la tecnologia amplia i servizi solo se il personale c’è.

Il modello, sottolinea Iala, è replicabile – e in parte lo è già stato, a Capraia, alla Gorgona e in Garfagnana: «Quello che si replica non è la tecnologia, ma il modello di processo: una rete che integra professionisti, strutture e piattaforme digitali dentro percorsi assistenziali definiti»

I percorsi sono stati formalizzati in PDTA che l’azienda ha declinato anche in chiave sociale, per tenere conto dell’isolamento geografico e delle fragilità psicologiche: in questi casi la telemedicina serve anche ad aumentare il numero di contatti, non solo di prestazioni. 

Il prossimo passo è già definito: non appena arriverà il via libera della Regione Toscana, verranno attivati telemonitoraggio e telecontrollo sulla piattaforma regionale di telemedicina (IRT), integrata con quella nazionale acquisita con il PNRR – i dispositivi certificati sono già stati acquistati e i protocolli definiti, e la Toscana sarà tra le prime regioni ad attivare questi moduli insieme a Lombardia e Puglia. 

L’esperienza elbana è stata presentata anche alla recente Respiratory Impact Conference della European Respiratory Society a Rotterdam.

Quali strumenti rendono possibile la diagnosi a distanza

La visita a distanza è completa solo se lo specialista dispone degli stessi dati oggettivi di una visita in presenza. 

L’altro pilastro è la gestione del dato – ed è qui che entra in gioco la tecnologia del Gruppo Esaote. All’Elba ogni esame eseguito dall’infermiere viene caricato in tempo reale su SUITESTENSA, la piattaforma di Enterprise Imaging sviluppata da Ebit, la società del Gruppo Esaote dedicata all’Healthcare IT: tracciati e referti sono immediatamente disponibili allo specialista collegato, ovunque si trovi, archiviati in modo conforme, con collegamento al Fascicolo Sanitario Elettronico regionale e al dossier aziendale. Nata per integrare i flussi di lavoro di radiologia e cardiologia a livello aziendale e territoriale, la piattaforma include un modulo di telemedicina e monitoraggio remoto e, con SUITESTENSA RemoteCare, estende la presa in carico fino al domicilio, integrando telemonitoraggio, telemedicina e teleassistenza per i pazienti con patologie cardiache, anche attraverso dispositivi indossabili. 

SUITESTENSA rende disponibili in tempo reale tutti i dati clinici e gli esami ai professionisti sanitari, indipendentemente da dove si trovino, garantendo la circolarità dell’informazione tra specialisti, medici di medicina generale, infermieri e territorio, nonché la continuità del percorso clinico. Permette inoltre ai professionisti della Fondazione Monasterio, centro di eccellenza cardiologico,e a quelli dell'Azienda USL Toscana nord ovest di valutare e validare gli esami a distanza come se fossero sul posto, dando ai pazienti dell'Elba accesso a competenze di alto livello senza doversi spostare.

La piattaforma non è solo un archivio dei dati, ma abilita un modello organizzativo replicabile anche in altri territori complessi, mantenendo qualità, sicurezza e tracciabilità delle informazioni.

Non più un esperimento

«Non userei la parola sperimentazione per parlare del progetto dell’Isola d’Elba», tiene a precisare Iala. «Sperimentare significa non avere tecnologia stabile, protocolli definiti, un progetto chiaro. Noi stiamo applicando tecnologie consolidate e formalizzando protocolli clinici già definiti, con l’onestà intellettuale di chi può sbagliare». Saranno i numeri, nel medio periodo, a misurare l’impatto del modello elbano su ricoveri, accessi in pronto soccorso e qualità di vita. 

Ma una cosa l’Elba l’ha già dimostrata: quando la tecnologia è al servizio di un’organizzazione ripensata – e non il contrario – la distanza smette di essere un destino sanitario. E le isole, le montagne, le aree interne possono trasformarsi da margini fragili del sistema a laboratori del suo futuro.

 

Questo articolo fa parte del progetto editoriale "Tecnologia ed empatia: il nuovo racconto della cura con Esaote e PERSONE", realizzato in collaborazione tra Esaote e PERSONE Magazine.
 


[1] “Implementazione sostenibile della telemedicina in aree interne” - Codice Prot. Proximity Care-TM, approvato il 29/02/2024 dal Comitato Etico Regionale Area Vasta Nord Ovest, autorizzato con Decreto N. 921 del 11/03/2024 della Azienda USL Toscana Nord Ovest (Promotore: Fondazione Toscana Gabriele Monasterio; Centro partecipante aziendale ASLTNO: U.O. Sezione Presa in Carico Precoce e Gestione Insufficienza Respiratoria – Elba; Sperimentatore Principale: Dr. Guido Vagheggini

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