Oltre la formazione: come le aziende possono contribuire a prevenire la violenza di genere
Perché la prevenzione inizia oltre le mura domestiche
Secondo le stime pubblicate dall'Organizzazione mondiale della sanità a novembre 2025, 840 milioni di donne nel mondo, quasi una su tre, hanno subito nel corso della vita violenza fisica o sessuale da parte del partner oppure violenza sessuale da parte di altri uomini. E in vent'anni il fenomeno si è ridotto di appena lo 0,2% l'anno. In Italia l'ultima indagine Istat sulla sicurezza delle donne, condotta nel 2025, restituisce un quadro sovrapponibile: il 31,9% delle donne fra i 16 e i 75 anni ha subito almeno una volta violenza fisica o sessuale.
Con l'espressione "violenza di genere" la Convenzione di Istanbul indica la violenza diretta contro una donna in quanto tale, o che colpisce le donne in modo sproporzionato. Le forme sono diverse e spesso si sovrappongono: fisica, sessuale, psicologica, economica, fino agli atti persecutori. «La violenza psicologica è alla base», spiega Tania Berti, psicologa del centro antiviolenza Artemisia di Firenze. «Nessuna donna resterebbe in una relazione in cui subisce violenza fisica se sotto non ci fosse una violenza psicologica: quella è il comune denominatore».
Il mondo del lavoro entra in questa storia da più porte. Può essere il luogo della violenza: l'Istat, in un report del 2023, stima che il 13,5% delle donne fra i 15 e i 70 anni abbia subito molestie sessuali sul lavoro nel corso della vita, quota che sale al 21,2% fra le più giovani (15-24 anni). Può essere l'unico ambito in cui una donna che subisce violenza in casa conserva relazioni di fiducia, un reddito e uno spazio per esprimere le proprie capacità. Può diventare infine il posto in cui qualcuno si accorge che qualcosa non va, a patto di sapere a che cosa occorra fare attenzione.
Le psicologhe del centro antiviolenza Artemisia di Firenze, con cui Esaote collabora 2024, fanno formazione a scuola e nei luoghi di lavoro. Recentemente hanno tenuto un corso proprio in Esaote e in questo articolo ci parlano di quanto sia importante la formazione in un posto che può sembrare lontano dalla casa, che è il luogo della violenza di genere per eccellenza. E invece è più vicino di quanto si possa pensare.
«Sono cose di casa»: da dove parte la formazione
Chi entra in un'azienda per parlare di violenza sulle donne incontra per prima cosa la distanza. «C'è la minimizzazione», racconta Alessia Lastrucci, pedagogista di Artemisia. «Sono cose che riguardano casa, riguardano altre persone, altre categorie, magari meno formate o meno abbienti. L'azienda non è il luogo in cui se ne parla, non è un mio problema», questo è in sintesi il pensiero che attraversa molte persone che si ritrovano a fare formazione su questo tema in azienda.
Le resistenze che emergono in aula sono le stesse che si trovano fuori.
«L'azienda è la rappresentazione in piccolo della società», osserva la collega Tania Berti. L'idea diffusa è che la violenza sia un fenomeno marginale, legato al disagio economico, alla scarsa istruzione, alle dipendenze. I centri antiviolenza la descrivono invece come un fenomeno trasversale, con radici culturali, che attraversa ogni fascia della popolazione. «Io stessa, se non conoscessi gli indicatori della violenza, quei comportamenti che ci dicono in che direzione sta andando una relazione, probabilmente potrei essere una donna vittima di violenza, perché non è facile da riconoscere» sottolinea Berti.
Prevenire la violenza di genere in azienda: l’importanza della formazione
E allora come si può fare formazione efficace in azienda su questi temi? Le psicologhe di Artemisia lavorano con modalità diverse, adattando gli incontri sia a gruppi numerosi sia a gruppi più ristretti. Entrambi gli approcci possono essere efficaci, ma agiscono su dinamiche differenti.
«I piccoli gruppi e i laboratori attivano la parte emotiva», spiega Lastrucci. «Nel piccolo gruppo si crea un clima di confidenza e fiducia che permette di esporsi».
C'è anche una ragione di tutela. Nelle aziende possono esserci persone che la violenza la stanno vivendo, e un incontro su questi temi può riattivare qualcosa. «Non è un caso se ai corsi siamo sempre in due», dice Berti: una delle formatrici può occuparsi di chi in quel momento ha bisogno di sostegno.
In entrambi i casi, il confronto diretto fra colleghe e colleghi permette a ciascuno di capire che cosa prova l'altro in una stessa situazione, e questo si riflette poi sul modo in cui ci si parla in ufficio.
Il posto degli uomini
Artemisia ha aperto l'associazione anche agli uomini e propone il contrasto alla violenza come un lavoro da fare insieme. Lastrucci ricorda un incontro recente in cui un giovane padre ha raccontato quanto gli desse fastidio sentirsi chiamare "mammo" perché si prende cura della figlia: «Io non mi sento mammo, sto facendo il padre», aveva sottolineato in quell’incontro. Un collega, presente nella stessa sessione, la pensava diversamente e tra i due ne è nata una discussione. Forse ognuno di loro si porterà a casa un piccolo insegnamento su quanto siano importanti le parole dette anche in ufficio, quanto semplici battute possano ferire in modi che non possiamo immaginare.
I segnali, e che cosa può fare un'azienda
Come ci si può quindi accorgere in azienda se una persona è vittima di violenza domestica? Alcuni comportamenti possono essere dei veri e propri indicatori di una situazione a rischio: una discontinuità nella performance, il telefono sempre a portata di mano perché chi maltratta controlla, la resistenza a partecipare a cene e momenti aziendali, la fretta di tornare a casa appena finito l'orario. In un team questi comportamenti, se letti superficialmente, rischiano di essere interpretati come scarsa disponibilità.
Le risposte possibili sono spesso le più semplici: accompagnare una collega alla macchina a fine turno se l'ex partner si presenta all'uscita, evitarle un turno che la espone di più. Tutto comincia però dal parlarne. «Tutte le persone vittime di violenza provano vergogna», dice Berti. «Nel momento in cui vedono che il proprio luogo di lavoro è un luogo che accoglie e aiuta, possono chiedere aiuto». Ad Artemisia è capitato che fosse l'ufficio del personale di una grande azienda a telefonare per chiedere come muoversi. L'esempio che Berti cita è quello di Toscana Aeroporti, che collabora con Artemisia da dieci anni. Il progetto è nato, per volontà dei genitori e dell'azienda, dopo l'uccisione di una dipendente, Michela Noli, da parte dell'ex marito. È cominciato come accompagnamento dei colleghi nel dolore ed è diventato un percorso stabile di sensibilizzazione negli scali di Firenze e Pisa: «Un impegno costante, maturo, consapevole, tutto l'anno. Non solo il 25 novembre, non solo l'8 marzo» spiegano le professioniste di Artemisia.
L'autonomia economica
La violenza economica è un altro modo di usare violenza contro le donne, spesso sottovalutato e mal interpretato. Di solito viene infatti identificata con il divieto di lavorare, ma ha molte altre facce. Secondo un'indagine WeWorld-Ipsos del 2023, il 49% delle donne in Italia dichiara di averla subita almeno una volta, e fra separate e divorziate si arriva al 67%.
«Molte donne hanno posizioni lavorative anche di livello, ma non dispongono di un conto personale», osserva Berti, che in Artemisia è responsabile dei percorsi di autonomia. In fase di separazione alcune scoprono debiti e finanziamenti firmati senza averne piena consapevolezza. Da qui la proposta di portare l'educazione finanziaria nelle scuole: sapere che cos'è un conto, come si costruisce un bilancio familiare, quali rischi comporta un acquisto a rate. La violenza di genere si può prevenire anche facendo educazione finanziaria.
Le attività di formazione di Esaote
Anche Esaote porta avanti attività di formazione sul fenomeno della violenza di genere. L’azienda ha ottenuto nel 2023 la certificazione sulla parità di genere UNI/PdR 125:2022, a cui ha affiancato l'attestazione ISO 30415 su diversità e inclusione. «Oggi le aziende sono chiamate a prendersi cura del benessere e della dignità delle proprie persone, a maggior ragione se, come la nostra, operano nel settore della salute», dice Gianluca Dardato, Chief Human Resources Officer di Esaote e responsabile della parità di genere in azienda. «La violenza di genere riguarda tutta la società, ha conseguenze sulla salute e sulla capacità di lavorare. Ognuno può e deve fare la propria parte, comprese le aziende», ha sottolineato il manager.
Esaote ha portato recentemente in azienda le formatrici di Artemisia per un incontro sulla violenza di genere, dopo un percorso sul linguaggio inclusivo rivolto a tutta la popolazione aziendale. «Le relatrici sono riuscite a tenere al massimo l'attenzione di tutte le persone, dal primo momento all'ultimo», ricorda Dardato. Le psicologhe confermano, e aggiungono un dettaglio che le ha colpite: le domande riguardavano soprattutto la prevenzione. Molti partecipanti, madri e padri, hanno chiesto come educare figli e figlie a relazioni diverse, più che come riconoscere i segnali di rischio.
A novembre è in programma l'audit che apre il secondo ciclo triennale delle certificazioni. «Si entra in un circolo virtuoso in cui si è stimolati a un continuo miglioramento attraverso azioni concrete, facendo cultura e facilitando le persone a esprimersi con libertà su questi temi», dice Dardato.
Fra le azioni concrete rientrano due percorsi formativi distinti: uno sulla leadership inclusiva, riservato ai manager, cioè a chi ogni giorno valuta, assegna incarichi e decide le crescite professionali, e uno, come detto, sul linguaggio inclusivo, aperto a tutta la popolazione aziendale.
A questi si aggiungono le selezioni "blended", condotte senza informazioni sul genere dei candidati, che nell'ultima edizione dell'Academy e-generation del 2023 hanno portato a una quota di assunzioni femminili nettamente prevalente, insieme alle misure di conciliazione già attive da tempo: flessibilità oraria, lavoro agile, sostegno ai congedi parentali e programmi di rientro dopo la maternità. Esaote aderisce inoltre a Valore D, l'associazione di imprese che in Italia promuove l'equilibrio di genere e una cultura inclusiva nelle organizzazioni, e che offre alle aziende associate occasioni di confronto e formazione su questi temi.
Attirare le donne nelle discipline STEM, la nuova sfida raccolta da Esaote
Il punto su cui Esaote vuole fare ancora di più è proprio la presenza femminile, oggi intorno al 30%, con una proporzione analoga nelle posizioni di vertice. «Siamo un'azienda di ricerca e sviluppo, cerchiamo profili laureati in materie STEM, e qui scontiamo un divario che deriva dall'educazione scolastica», spiega Dardato.
Per questo Esaote ha istituito con l'Università di Genova la borsa di studio Women in STEM, destinata a una studentessa di laurea magistrale in ambito ingegneristico: 5.000 euro lordi e sei mesi di ricerca in azienda.
La vincitrice è stata proclamata durante il Festival della Scienza di Genova.
Con l'associazione STEMiamoci, inoltre, due clinical specialist dell'azienda sono andate nelle scuole a raccontare il proprio percorso e il proprio mestiere.
Ripartire dalle scuole
A proposito di formazione a scuola, Esaote sostiene anche "Change is Possible: TOGETHER", il progetto triennale con cui Artemisia lavora in due scuole secondarie di primo grado di Firenze su conflitto, stereotipi di genere e relazioni fra pari. La scelta dell'età ha una ragione precisa: è il momento in cui ragazze e ragazzi cominciano a costruire le prime relazioni. «Sono preparati sulla teoria, le emozioni le conoscono», racconta Lastrucci. «Fanno più fatica a riconoscerle dentro di sé».
Seguire le stesse classi per tre anni permette di costruire un rapporto di fiducia. Questionari anonimi all'inizio e alla fine di ogni anno misurano il cambiamento, e al termine del triennio Artemisia ne ricaverà una ricerca. «La prevenzione e il cambiamento culturale partono dalle fondamenta, quindi anche dall'educazione scolastica oltre che da quella familiare», dice Dardato, «e le aziende hanno una responsabilità sociale nei territori in cui operano».
Ognuno un pezzetto
Rispetto a dieci o vent'anni fa, riconosce Tania Berti, di violenza sulle donne si parla, e sempre più uomini si assumono una parte di responsabilità. La violenza di genere però, in tutte le sue forme, non si arresta e il sommerso resta enorme.
«Non dobbiamo pensare che questo fenomeno riguardi soltanto i centri antiviolenza. I centri possono fare un pezzetto, poi abbiamo bisogno della società: di aziende che assumano le donne che devono reinserirsi nel mercato del lavoro, di fondi per garantire servizi di qualità».
Servono aziende, conclude, che scelgano di esserci tutto l'anno. Per una persona che vive una situazione di violenza, sapere che nel proprio luogo di lavoro se ne può parlare è spesso il primo passo per chiedere aiuto.
Questo articolo fa parte del progetto editoriale "Tecnologia ed empatia: il nuovo racconto della cura con Esaote e PERSONE", realizzato in collaborazione tra Esaote e PERSONE Magazine.
Bibliografia essenziale
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